Jessica Orobello
Educatore Cinofilo, Specializzato in Recupero Comportamentale

Il grande fraintendimento della motivazione di razza



pubblicato il 31/08/2026




Negli ultimi anni il tema della motivazione di razza si è diffuso moltissimo nel mondo cinofilo ed è stato sicuramente importante iniziare a riconoscere che i cani non sono tutti uguali, che esistono predisposizioni selezionate nel tempo e che ogni cane possiede caratteristiche differenti. Il rischio, però, è che questa lettura diventi superficiale quando smettiamo di osservare il cane come individuo e iniziamo a interpretarne il comportamento soltanto attraverso l'etichetta della razza a cui appartiene.
Così un Setter Inglese che cerca lucertole senza sosta, ai nostri occhi è felice perché sta semplicemente esprimendo la propria predisposizione alla ricerca e alla caccia, così come un Border Collie che controlla qualsiasi cosa si muova viene interpretato come un cane che sta semplicemente esprimendo la propria natura. In entrambi i casi stiamo osservando comportamenti che possono essere coerenti con le predisposizioni legate alla storia selettiva di quella razza, ma il comportamento non può essere compreso soltanto attraverso la sua forma esterna, perché due cani possono mettere in atto lo stesso comportamento partendo da stati emotivi completamente diversi.

Imparare a osservare oltre la razza
Probabilmente parte della mia sensibilità verso questo tema nasce anche dalla mia vita insieme al Cane Lupo Cecoslovacco e al Cane Lupo di Saarloos. Vivere accanto a questi cani ha cambiato profondamente il mio modo di osservare il comportamento perché, non potendomi affidare a una motivazione di razza immediatamente riconducibile a un lavoro specifico, ho imparato a relazionarmi con loro osservando le emozioni, le espressioni, le tensioni del corpo, le esitazioni e i cambiamenti più piccoli delle espressioni del viso.
Con il tempo questo ha allenato il mio sguardo a riconoscere il disagio anche quando si manifesta attraverso comportamenti che, dall'esterno, possono sembrare semplicemente coerenti con le caratteristiche attribuite a una determinata razza. Sapere a quale razza appartiene un cane può quindi aiutarci a comprenderne alcune predisposizioni, ma non può dirci, da solo, come sta quell'individuo mentre sta esprimendo quel comportamento.

Quando il comportamento diventa espressione di un disagio
Il fatto che un comportamento sia tipicamente associato a una determinata razza non significa che il cane stia necessariamente bene mentre lo sta mettendo in atto. Un cane con buone competenze di regolazione emotiva mantiene infatti una certa flessibilità, può interrompersi, adattarsi al contesto, tornare in relazione con il proprietario o con gli altri cani e scegliere. Quando invece il comportamento nasce da uno stato di disagio emotivo, il movimento può diventare rigido, ripetitivo e difficile da interrompere. Il cane perde adattabilità, si isola nel comportamento e sembra non riuscire più a uscire da quel determinato pattern.
È qualcosa che osservo molto spesso soprattutto in alcune razze: Setter Inglesi che girano intorno al perimetro di uno spazio recintato, Border Collie ossessionati dal movimento, Pastori Australiani che rincorrono e controllano qualsiasi cosa si muova. Molto spesso questi comportamenti vengono immediatamente interpretati come:
“Sta facendo ciò per cui è nato.”
E per questa ragione vengono richiesti ed enfatizzati dall'uomo.
Ciò che dovremmo chiederci, invece, è:
“Come sta quel cane mentre mette in atto quel comportamento?”
Altrimenti potremmo finire per enfatizzare un disagio, erroneamente interpretato come una piacevole attitudine di razza.
La selezione può aiutarci a comprendere perché il comportamento assume proprio quella forma. Il Border Collie, ad esempio, è stato “disegnato” dalla selezione per presentare determinate sequenze comportamentali. Questo, però, non ci dice necessariamente perché quell'individuo stia mettendo in atto quel comportamento proprio in quel momento, con quella frequenza e intensità.
In questo senso la distinzione tra razza e individuo torna ad essere fondamentale. La razza può raccontarci qualcosa delle predisposizioni legate alla sua storia selettiva, mentre l'individuo porta con sé le proprie emozioni, la propria storia, le proprie esperienze, ma anche le proprie fragilità.

La specie prima della razza
C'è poi un altro aspetto da considerare quando parliamo continuamente di motivazioni di razza: possiamo preoccuparci così tanto di offrire al cane attività coerenti con ciò per cui è stato selezionato da dimenticarci di lasciare spazio a ciò che può fare semplicemente in quanto cane.
Esplorare senza che l'esplorazione diventi necessariamente un esercizio, annusare senza che qualcuno gli chieda di cercare qualcosa, scegliere una direzione, fermarsi, osservare e cambiare idea senza che gli venga continuamente indicato dove e come stare sono tutte possibilità che appartengono alla sua esperienza.
Allo stesso modo, il cane può costruire relazioni, prendere decisioni, raccogliere informazioni dall'ambiente, interrompere un'attività, riposare o semplicemente interessarsi a qualcosa senza che siamo necessariamente noi a trasformare quell'interesse in qualcosa da fare. Lasciare spazio a queste possibilità significa riconoscere che non ogni esperienza deve essere organizzata dall'uomo per avere valore.
Riconoscere le predisposizioni di razza non dovrebbe quindi significare riempire la vita del cane di attività costruite intorno a quelle predisposizioni, ma possedere un'informazione in più per comprendere l'individuo che abbiamo davanti.

Riconoscere la razza senza perdere l'individuo
Questo non significa negare le predisposizioni genetiche del cane, ma smettere di utilizzare la razza come spiegazione sufficiente per qualsiasi comportamento. La specie ci racconta qualcosa, la razza ci racconta qualcosa, così come la storia e le esperienze di quel cane, ma alla fine è sempre l'individuo che abbiamo davanti che dobbiamo osservare.
Potremmo altrimenti finire per chiamare “motivazione” ciò che in realtà è disagio, “attitudine” ciò che è rigidità comportamentale e interpretare come bisogno di lavorare ciò che forse dovrebbe essere osservato con maggiore attenzione come possibile espressione di un disagio.
Riconoscere le predisposizioni legate alla razza significa quindi possedere uno strumento in più per comprendere il cane, senza permettere che quello strumento diventi la spiegazione di ogni comportamento che il cane mette in atto.
Solo così possiamo continuare a osservare l'individuo che abbiamo al nostro fianco senza filtri, preconcetti e supposizioni, senza fermarci a una lettura superficiale del suo comportamento.


Jessica Orobello



[© Jessica Orobello – Tutti i diritti riservati. Le fotografie presenti in questo articolo sono di mia proprietà. Le immagini sono state realizzate durante osservazioni dirette e fanno parte del materiale di ricerca personale. È vietata la riproduzione o l’utilizzo senza autorizzazione.]
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